Precari al Sud, cattedre vuote al Nord: così è fallita la Buona scuola

Il precariato resiste. Senza i contratti di supplenza la scuola non sarebbe potuta partire. L’organico di potenziamento, prima, di autonomia dopo, per dare attuazione ai piani per l’offerta formativa di natura triennale, in realtà viene utilizzato nella maggioranza dei casi per fare da tappabuchi, sopperire alle assenze di altri prof. In quanto al merito, poi, si è scelto il premio del «quieto vivere».

Si può ancora parlare di Buona scuola? Di buoni propositi, semmai. Naufragati in parte nella burocrazia, in un sistema dove si è dato troppo poco tempo ai presidi per attuare la legge, dalla chiamata diretta dei prof in base ai curriculum fino ai fondi per il merito. Dall’organico dell’autonomia fino al potenziamento delle materie didattica. Viene offerto un progetto alle famiglie e in corso d’opera viene disatteso. Le criticità sono più che evidenti. Occorre fare un passo indietro. Il grande piano di assunzioni, la prima informata di 100mila docenti, precari storici, alcuni anche di una certa età che dopo una vita nelle graduatorie ad esaurimento (Gae) hanno avuto l’opportunità di essere stabilizzati una volta per tutte, non ha sanato le falle nella scuola. Il piano originario ha dovuto modificare le regole nel passaggio di consegne dal ministro Stefania Giannini a Valeria Fedeli. La continuità didattica, uno dei perni della riforma, per i primi due anni è sfumata per effetto delle migrazioni da Sud e Nord e per il moltiplicarsi degli incarichi provvisori assegnati a migliaia di docenti proprio per evitare trasferimenti. Anche quest’anno è andata così. Il prossimo, invece, non verranno fatti sconti di sorta. Almeno si spera.

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